Il Bolero di Maurice Ravel

 

Per meglio comprendere come, nelle mani del musicista, questi elementi si trasformino in musica ho pensato di proporvi uno fra i brani più famosi e suggestivi della letteratura orchestrale del novecento: il “Bolero” di Maurice Ravel (è necessario specificare che il Bolero non è un brano arrangiato bensì una composizione originale, ma la sua struttura costitutiva è talmente chiara e cristallina da risultare particolarmente efficace per comprendere alcuni processi di scrittura musicale).


Il primo parametro che prendiamo in considerazione sono quelli del ritmo e della dinamica. La cellula ritmica del Bolero viene ripetuta per 169 volte dal rullante in un crescendo costante e ossessivo che parte dal pianissimo per arrivare al fortissimo.

 


Terzo elemento ad entrare in gioco e quello legato alla melodia che prevede un solo tema formato da due frasi di 16 battut
e: una in Do maggiore (A)

 

…e  una in do minore (B).

Ogni enunciazione del tema è affidata a un timbro diverso, creando un “manuale vivente” di colori orchestrali:

  • Legni acuti: flauto, clarinetto, piccolo in Mib.
  • Legni gravi/medi: fagotto, oboe d’amore.
  • Saxofoni: tenore e soprano → timbri allora inusuali, novità assoluta nell’orchestra sinfonica.
  • Ottoni: trombe (anche con sordina), tromboni.
  • Combinazioni progressive: strumenti accoppiati (clarinetto + fagotto, flauto + trombone) → studio sul blend timbrico.
  • Archi: entrano tardi, per rinforzare la massa sonora.
  • Tutti: climax orchestrale con raddoppi su tutta la gamma.